...IL LAZIO, UN PICCOLO MONDO A SE, UN BARLUME DI TUTTO CHE NON E' GRAN COSA SE PENSATE ALLE MIGLIAIA DI MERAVIGLIE NEL RESTO DEL PIANETA, MA NEL SUO NIENTE LA LUCE CHE EMANA E' ACCECANTE, NEL SUO NIENTE PIU' LO SCOPRI E PIU' TI SEMBRA SCONOSCIUTO...

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posso essere uno oppure tanti!!! ma tutti, siamo la stessa voce, la stessa faccia...

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martedì, 24 giugno 2008
PROPRIO DIETRO CASA


Alzarsi presto la mattina, diciamo intorno alle sette, colazione, qualche minuto di esercizi per la respirazione, fare due coccole al cane in giardino e poi aprire il cancello e andare. Il luogo ove mi dirigo è proprio qui dietro, a due passi, dove finiscono le case e inizia una breve macchietta mediterranea, uno sprazzo di vegetazione rimasto selvaggio da secoli ormai, o almeno la sensazione  è quella, che nessuno  o solo pochi eletti hanno avuto la possibilità  di adempiere a questa breve passeggiata. Poche centinaia di metri un solco di torrente che serpeggia tra le onde morfologiche, si inerpica nel folto della vegetazione, e nel periodo in cui non scorre l'acqua stare al suo interno e camminare è senza dubbio una esperienza che pochissimi individui hanno assaporato, specie da queste parti, dove il massimo del valore e la gita fuori casa sono ubriacarsi al pub e andare a duecento con la macchina!!
Il clima che si respira è al massimo della sua spontaneità: l'aria fresca, le ombre gelide degli alberi infrangersi sulla crude terra marroncina, ciottoli di fiume sparsi ovunque, erba leggermente piegata dal peso della rugiada, scricchiolii legnosi, uccelli che zompettano qua e la cinguettando, strani rumori provenire chissà dove ma in verità molto vicini e poi, il  suono dei tuoi passi che avanzano. Di tanto in tanto dalle spalle, a tutta velocità, sbucano volatili insetti. Il carburante di tutto ciò è una sorta di sintesi tra esso e egli stesso, una sinergia che a stento riesco a comprenderne il principio, ma nemmeno quello, e l'uomo certo non è che un estraneo. Una macchia di solitudine frapposta a tutt'altro genere di macchia!!

Postato da: andreassss a 10:17 | link | commenti
gita dietro casa

sabato, 21 giugno 2008
CLICCATEMI



CLICCATEMI


http://s6.gladiatus.it/game/c.php?uid=50437

Postato da: andreassss a 11:54 | link | commenti
cliccatemi

sabato, 08 marzo 2008
IL MONNA DALLA CERTOSA DI TRISULTI

              la Certosa di Trisulti

certosa di trisultiA dir poco spettacolare l'escursione che dalla Certosa di Trisulti , Abbazia  i cui lavori di costruzione ad opera di Innocenzo III iniziarono intorno al 1204, porta alle vette del Monte Monna e Rotonaria. Il sentiero è impervio e abbastanza impegnativo ma se, passo dopo passo, vi abbandonate alla bellezza del paesaggio tutto sembrerà più facile e divertente.... già perchè molte volte la fatica ci ostacola la visione circostante, e tutto è cosi uguale, pensiamo solo alla fine, diciamo e continuiamo a dirci "ma quando finirà... ma dove è la vetta.. ma dove la macchina... un bel tè fresco..." trascurando ciò per cui si è li in quell'istante, in quei brevi attimi che forze non torneranno più e che appunto dobbiamo goderci fino alla fine.  All'inizio del sentiero, quasi, troviamo quei ginepri e mirti usati anche dai monaci per fare i liquori... i monaci poi, all'interno dell'Abbazia vi è un locale dedicato alla vendita dei prodotti di loro produzione: cioccolate, liquori, carammelle, dolci vari, oli, tante varietà di miele, e in particolare la maggior parte dei prodotti sono "medicine" che aiutano a guarire qualche affezione o disturbo particolare. L'Abbazia ha di bello molto, come la stanza delle erbe, da loro raccolte nel vicino bosco, e da loro trasformate in medicine; anche la cappella non è niente male.
              il monte rotonaria visto da un lato....
m rotonaria dal basso foto m              il monte rotonaria visto dall'altro lato....
m rotonaria dall              il bivio... si vede il cartello che indica il sentiero per le due vette
valico tra monna e rotonaria
Tornando al sentiero ad un certo punto si divide andando per la vetta del Rotonaria a sinistra e del Monna a destra. La vetta del Monna è spattacolare e anche se più difficile, nonchè accompagnata da varie maledette anticime, è sicuramente la meta da porsi e stamparsi bene nel cervello, poichè la vista che si gode dalla vetta, ma anche sul sentiero per la vetta, è unica e ti lascia col fiato sospeso...
terra di mezzo tra monna e rotonaria foto mla majella in lontananza foto m
croce di m monna foto m
FOTO COPYRIGHT ARCHIVIO OREAS

Postato da: andreassss a 00:13 | link | commenti
certosa di trisulti, il monna e il rotonaria, i monaci della certosa

venerdì, 29 febbraio 2008
STORIELLA MACABRA



Lazio, ciociaria, paesino di Fumone... il suo castello, proprio qui, in questo luogo tetro, cupo, distorto. La vicenda si è svolta nel sec XIX e parla del piccolo "marchesino", Francesco Longhi, ultimo dopo sette sorelle ma, per fatalità del caso, unico maschio! e storia vuole, come in ogni famiglia ricca e potente, la successione di beni, terreni e titoli all'erede maschio, al primo maschio.... ma questo non era nei piani delle sorelle maggiori!! infatti, giorno dopo giorno tanto carine, gioiose, affettuose che si prendono gran cura del loro unico preferito, del loro cocco, del loro piccolino.... a tal punto premurose da insidiare nel piccolo Francesco il seme dell'oblio. Giorno dopo giorno, pasto dopo pasto, piccoli pezzettini di vetro nella sua scodella, tanto minuscoli da non essere visti quanto abbastanza grandi per un piccolo corpicino fragile da causar danno atroce. Una morte orrenda, dolorosa... meschina!! Morì a cinque anni, dopo atroci agonie. La madre, distrutta dal dolore, decise di far imbalsamare Francesco. La cera fu l'elemento esterno... la tecnica con la quale il dottore operò non è tutt'ora chiara, morì prima di poterla diffondere. Il piccolo marchesino fu posto all'interno di una teca di cristallo... e ancora oggi, è li, dove lo hanno riposto... la cera... l'eterna sofferenza...

Postato da: andreassss a 21:00 | link | commenti
francesco longhi, castello di fumone

domenica, 24 febbraio 2008
IL MONTE PELLECCHIA

mau04 pellecchia ff






















mau29 pellecchia bb






















Sui Monti Lucretili, a nord est di Roma, natura selvaggia e paesaggi antropizzati si fondono assieme, in un dissonante motivetto dai toni acuti e spinosi, più simile ad una sinfonia klingoniana. A parte l'uomo, il posto merita di essere visto, in tutta la sua grandezza, anche se non è molto. Il complesso dei Monti Lucretili, sottogruppo dei Monti Sabini, alla fine degli anni '80 diventa un Parco Naturale Regionale. Gli itinerari escursionistici sono parecchi e di varia difficoltà, ma comunque non a livelli impossibili!! voglio dire, anche persone non esperte a "camminare" possono cimentarsi nella maggior parte di questi percorsi. In particolare l'anello del Pellecchia, che dal comune di Monteflavio lo si raggiunge tramite due sentieri del CAI: il più corto 312 (che in due punti diventa 312a e 312b), e il più lungo 317. Entrambi meritano, ma dipende sempre dai punti di vista!! Il Pellecchia, con i suoi 1369 metri, non è certo un bocconcino appetitoso per gli esperti, ma senza dubbio è ammirevole. La natura è bellissima e in certi punti si può sentire l'odore forte di antico, di atavico, come se ancora da qualche parte in quei luoghi ci sono accampati dei briganti sabini o una guarnigione romana.  La vetta, a mio avviso, è una tra le più belle dei Lucretili, poichè offre varie e vaste vedute, miste a tipi di conformazioni carsiche e boschive.
mau10 pellecchia dd
 





















mau12 pellecchia cc






















mau32 pellecchia aa






















FOTO COPYRIGHT ARCHIVIO OREAS

Postato da: andreassss a 12:09 | link | commenti
lucretili, da monteflavio al pellecchia

venerdì, 22 febbraio 2008
PERCHE' QUANDO VADO IN MONTAGNA NON NE BECCO MAI UNO??????!!


Che buttano le carte, pacchetti di sigarette, fazzoletti per terra sull'asfalto, o sui vialetti di mattoni; che mi infestano la grata dello scolo dell'acqua con le cartacce delle loro merdate; che frullano i loro portaceneri sul marciapiede; che mi pisciano sulla ruota della macchina i cani che loro abbandonano; che sputano per terra gomme e scatarri che poi mi si appiccicano sotto la suola; che fanno il chioppo col motorino e poi lasciano tutti i loro brandelli sul posto, insomma, che infestano in tutti i modi possibili e impossibili le città e i paesi periferici.... mi sta pure bene. Ma che vengono in montagna e fanno lo stesso ALLORA NO!!  GIUSTO DELLE MENTI MALATE, DEI CRETINI, IDIOTI, ROTTINCULO, DEMENTI, UBRIACONI,  GIUSTO DELLE TESTE DI CAZZO,  DEI CAGATI DI MERDA CHE SI RITROVANO LA PANZANELLA NEL CRANIO POSSONO ORDIRE A TALI AZIONI. Le montagne e i parchi naturali, le riserve o altre zone del genere sono l'identità del pianeta dove viviamo, la vera identità!! quella che ormai la si può trovare solo in tali zone. Come si fa a lasciare la città o il proprio paese, di mattina, partire con gli amici cagoni e tutti assieme raggiungere il luogo dell'escursione, e gettare a terra per tutto il percorso la merdaggine che si sono portati dietro? come si fa? ma quanti neuroni servono per capire che è sbagliato? forze troppi per gentaccia come loro. Forze è un numero troppo esagerato... 

Postato da: andreassss a 22:07 | link | commenti (2)
idioti si nasce

sabato, 09 febbraio 2008
MONTERANO

              il Palazzo Baronale degli Altieri, si nota il leone del Bernini
Monterano 3


Spetacolare e suggestivo, camminare tra quelle antiche pietre rievoca scene di lusso, sfrenata passione
ma anche sangue, morte, traditori che complottano; camminare tra quelle pareti risveglia ataviche
sensazioni, contrasti e colori, sentimenti e luci nascosti gelosamente nel nostro DNA da generazioni e
generazioni su generazioni di mutamenti; camminavi risveglia qualcosa e sembra quasi di sentire i rumori
della gente che ancora echeggiano disperati... eterni. Sto parlando del Palazzo Baronale degli Altieri
all'interno della riserva naturale di Monterano. Le meraviglie non finiscono qui: per arrivare a questro
palazzo bisogna però attraversare una tetra tagliata etrusca, acque sulfuree, boschi incantati, il ponte
del diavolo dove si narra essere stato eretto dal diavolo dopo un patto con gli abitanti del posto, le miniere
e, superato il palazzo degli Altieri con il suo leone (del Bernini), il Convento di San Bonaventura (sempre
Berniniano), dove all'interno giace un albero maestoso, anch'esso antico.
Cosa altro dire??? nulla, andateci... e di corsa!!  

              boschi incantati....
Monterano 14              esterno del Convento di Bonaventura....
Monterano 11              interno del convento....
Monterano 6              il ponte del diavolo....
Monterano 2              le acque sulfuree....
Monterano 9              la miniera...
Monterano 13 miniere di MoriaFOTO COPYRIGHT ARCHIVIO OREAS

Postato da: andreassss a 13:00 | link | commenti
canale monterano, ponte del diavolo

martedì, 05 febbraio 2008
QUANDO NON ARRIVA ABBASTANZA SANGUE AL CERVELLO!!

le dune 1























la macchia 1
Stupenda, magnifica e unica!! sto parlando della macchia mediterranea che si trova tra Lido dei Pini e Lavinio, due località a sud di Roma sulla costa. Stupenda perchè il bosco di querce e pini, e subito sotto troviamo moltissime altre varietà di vegetali, è aggrovigliato a grandi e piccoli praticelli improvvisi, ma anche dune di sabbia con la propria vegetazione e la spiaggia; magnifica perchè passo dopo passo scopri ambientazioni varie, armoniose con il canto degli uccelli e i riflessi luccicanti dei fili di seta dei ragni che svolazzano qua e la, ma anche ombre, oscurità e silenzio regnano proprio dietro l'angolo! infatti basta fare pochi passi, girare un albero e ritrovarsi catapultati in un bosco più simile a quello del film Legend che ad una macchia mediterranea!! con iane spinose che scendono dalle cime e dai rami degli alberi in apparenza morti, dove il fitto intricarsi dei piani più alti non lascia passare speranza di luce per i piccoli abitanti che vi abitano; unica perchè rimasta intatta, proprio come natura vuole. L'unico problemino sono le persone, i beceri intendo, non quelle a posto. Sono i ragazzini adolescenti che ci si vanno ad ubriacare e a fumarsi il cervello lasciando ovunque il loro simbolo di rivoluzione sociale, ma anche signori con il fucile che lasciano per terra i loro unici neuroni pensanti: i bossoli di fucile da caccia; e ci sono pure gli extracomunitari che sporcano lasciando scempi ovunque si fermano, ma questo è colpa degli italiani che buttano per terra le cose, cosi loro lo vedono e ragionano "quindi si butta per terra la spazzatura" e cosi lo rifanno, con i loro compagni!!
mediocrità sulle dune c foto v.sporcare le dune 2






















piccolo esempio dei mediocri foto m.



























Postato da: andreassss a 11:14 | link | commenti
macchia mediterranea lido dei pi

UN GIGANTE SOLITARIO


Soratte 2Soratte 4Non di molto a nord di Roma  tra l'antichissima via Flaminia e la "recentissima" autostrada A1, prorpio tra queste due strade, questi due estremi simboli di comunicazione si erge solitario, indisturbato e come se fosse a guardia di qualche mistico segreto, il Monte Soratte, alle cui falde si trova l'abitato di S. Oreste. Il panorama che offre è vastissimo: sulla Sabina, sull'Appennino Laziale, sulla Valle del Tevere, sull'Agro Falisco, sui Monti Cimini, nonchè sulla Campagna Romana. Caratteristica del Soratte è la numerosa presenza di inghiottitoi, grotte e voragini che nel corso dei secoli hanno sempre dato vita, nella fantasia popolare, ad antri oscuri e maligni, come fossero le porte degli inferi. A parte questo il Soratte, dalle popolazioni locali, è visto come un monte sacro, tant'è che in epoca Sabina pare che vi si praticassero riti legati alla natura e, nel corso del medioevo, vi si stanziarono anche comunità monastiche o più spesso singoli eremiti come S. Silvestro e S. Nonnoso. Si narra addirittura che Carlomanno, padre di Carlo Magno, ascese al monte per ritirarsi in preghiera mentre tornava a Roma.
Cosa fantastica sono i tre "meri" (voragini), in cui uno si cela a pochi metri un piccolo buchino scuro, e da questo una lunga grotta, molto suggestiva che vale la pena rischiare la vita per esplorarla. Inutile dire che serve attrezzatura speleologica oltre che sangue freddo, poichè le pareti interne non sono scivolose... di più!!  Arrancando e ansimando si procede lungo un percorso dalla quale è quasi impossibile perdersi, e di tanto in tanto si fanno strani incontri, tipo ragni neri grossi come una mano!!!! Ad un certo punto, dopo essersi inginocchiati per procedere in un cunicolo, si arriva ad un piccolo terrazzino, ove proseguire significa poggiare le spalle su una parete e i piedi su quella opposta!! mentre sotto il culo ci sono circa 13 metri di caduta, e, in quel tipo di oscurità capace di esistere solo in una grotta, non si vede il fondo.  Dopo ancora metri di "arrampicata in discesa", sempre stando attenti a non scivolare, si trova il cosiddetto "schiacciapalle", ovvero una fessura larga poche manciate di centimetri, come due pareti quasi appiccicate tra loro, dove bisogna incastrarsi in mezzo e, immedesimandosi in vermi, strisciare lungo la fessura verso il basso, dove poi continua la grotta finendo con un piccolo budello.
Non vi è molto altro da dire, la montagna offre tanto, e oltre...
Leggete molto attentamente questo piccolo articolo sulla follia dell'uomo di Luca Bellincioni (un adrescursionista):

C'è da dire a proposito, che lungo la strada che conduce a Sant'Oreste sono sorti negli ultimi tempi alcuni osceni ed insensati capannoni industriali bianchi, peraltro totalmente isolati nella campagna, che hanno gravemente deturpato sia il bel paesaggio rurale in sé sia i panorami che dal Soratte verso la Flaminia. E non è finita qui: è in progetto l'apertura di un nuovo casello autostradale presso il vicino paese di Castelnuovo di Porto (con lo sventramento di aree progiate di campagna romana e la possibilità di alterare i piani paesistici, permettendo così nuove edificazioni...) e assieme la creazione dell'ennesimo outlet intorno a Roma, stavolta in forme pseudo-medieval-fantasy, dicono, per limitare i danni al paesaggio... Molti di Sant'Oreste affermano che ciò favorirebbe il turismo alla Riserva del Monte Soratte... Ma davvero? I clienti dell'outlet me li immagino proprio mettersi le scarpe da trekking alla ricerca di eremi dopo aver fatto la spesa nel tempio del consumismo demente ed aver fatto a gomitate per fregiarsi a buon mercato della marca più in voga! Eppoi una delle cose più affascinanti del Soratte sono proprio i paesaggi e i panorami, valori che verrebbero proprio irrimediabilmente alterati dalla costruzione di un'insediamento commerciale così impattante come l'outlet: salire sul Soratte per ammirare una "capannonopoli" credono possa essere un motivo di attrazione turistica?!?!??!?!
Ma si può essere più cretini?

              l'eremo di San Silvestro, in cima al monte... roba da cavalieri erranti votati all'antico codice... Alla storia di quest'eremo è legata una bizzarra vicenda: si narra che Papa Silvestro I, che già vi abitava, fu chiamato a Roma per guarire un brutto male che colpì l'imperatore Costantino, e che quest'ultimo per ringraziamento di averlo guarito dalle piaghe ordinò di trasformare quest'eremo in una chiesa più "moderna".
Soratte 1foto copyriht archivio oreas

Postato da: andreassss a 00:57 | link | commenti
il monte soratte, leremo di s silvestro, papa silvestro i e costantino im

mercoledì, 30 gennaio 2008
TRA LA NEVE E LE NUVOLE


           il monte Viglio (foto scattata un giorno decisamente diverso da quello della descrizione
           narrata nella storiella qui sotto)
Viglio
Narratore: Valerio Barbato

Non posso non esordire la narrazione di questo evento senza citare il fatto chiave "mistico" di tutta la storia; "il velo della madonna" la schiarita che ci guidò.
Dirò specificatamente dell'accaduto più in la con la narrazione dei fati.


Organizzammo un'escursione autunnale sul Monte Viglio, cima appenninica di 2156 metri. Pronti, dapprima in 4 alla partenza, restammo in 2; causa le non ottimali condizioni del atmosferiche. Ma partimmo ugualmente. Maurizio venne a prendermi alle 6:20 del mattino, esordendo con l'annunciarmi i due ritiri: "Raffo non viene" (Cosi dicendo era sottinteso non venisse neanche l'altro, Claudio, molto amici tra loro e che abitano vicini).  Io gli risposi che si sarebbe perso l'ennesima grande giornata, raccogliendo cosi anche il consenso di Mauri (ovvero Maurizio).
Guidai io fin quando fummo in Abruzzo, dando poi il cambio al mio compagno di viaggio. Prendemmo la strada che ci avrebbe condotti ai piedi del massiccio.
Visitammo già il Viglio un anno prima, ma stavolta la strada per il trasferimento fu un'altra. Percorremmo finchè fu possibile tutto il GRA per evitare le statali. Alla fine del Grande Raccordo Anulare e di un tratto di autostrada ci ritrovammo a percorrere la provinciale Simbruina, che ci avrebbe portato al punto di partenza dell'itinerario, in pratica arrivammo dalla parte opposta rispetto all'anno precedente.
Strada si fa per dire!!!! Una stretta lingua di vecchio osfalto che correva in salita e su tornanti infiniti tra le alte pareti di roccia in decadenza, frequentata più da massi caduti dal costone di montagna, che da automobili o pedoni.
Giunti all'inizio dell'itinerario fummo accolti da un vento freddo e da una foschia provocata da nubi molto basse. Non ci scoraggiammo. Presi guanti, giubbotto, cappello, zaino macchina fotografica, piccozza e quant'altro ci occorreva, abbandonammo l'automobile e ci incamminammo.
Sprazzi di sole ci riscaldavano quel tanto che serviva, mentre salivamo lungo il pendio boscoso ricco di faggi secolari e di abeti. Poco a poco si prendeva il ritmo della salita; l'inizio di ogni ascesa è sempre un punto critico, e ci si accorgeva della sempre più massiccia presenza della neve. La prima breve sosta per spezzare il fiato fu alla radura della Madonnina. Una piccola piana erbosa, caratterizzata dalla presenza di una bianchissima statua della Madonna, che si affacciava su di una conca immensa, che offriva un panorama stupendo dell'abitato sottostante e di tutto ciò che si poteva scorgere nel raggio di 3 o 4 km in linea d'aria.
Scattammo alcune foto all'immagine sacra e al panorama per poi riprendere il cammino.
La neve si stava facendo sempre più alta e le basse nuvole ci cingevano spesso, catapultandoci in un mar di canuta cecità. Salivammo su di un pendio nevoso assai lungo e pieno di insidie; tanto che Mauri ritenne opportunofermarsi per indossare entrambi le ghette. Cosi facemmo; e proseguimmo. Annaspando e di tanto in tantosprofondando per 50/60 centimetri nella neve seguitammo costeggiammo i poco visibili segnali rosso-giallo-rosso del CAI.
Un ora e mezza più tardi superato il pendio nevoso decidemmo di metterci al riparo dal sempre più sferzante vento freddo, per concederci un bel bicchiere di tè al mirtillo caldo, accompagnato da alcuni pezzi di cioccolata. Riscaldati dalla bevanda calda (il termos che invenzione!!!!) e rifocillati di zuccheri riprendemmo la marcia. Si saliva sempre più, la coltre di nubi sempre più fitta. Si camminava "tra la neve e le nuvole".
La strada era infinita, ed incominciammo a chiederci come mai non fossimo ancora giunti al Gendarme, un picco roccioso distante alcune centinaia di metri dalla vetta. Incominciammo ad invocare una schiarita, tra queste nubi che ormai ci avevano occluso ogni visuale oltre i due metri.
Ed è in questo preciso momento che si verificò l'evento inaspettato citato a capo della narrazione. Delicata come mano di donna che si libera del suo velo, cosi la coltre di nubi si levò, liberando all'istante la grande montagna, rendendoci partecipi di una sgradita sorpresa. Stavamo procedendo su di un costone che correva parallelo alla via che avremmo dovuto prendere per arrivare in vetta. Avevamo sbagliato strada!!
Il velo restò alzato quel tanto che ci permise di individuare il percorso per tornare sul giusto tracciato, per poi riavvolgere completamente il gigante roccioso. Ringraziammo per quel breve attimo di trasparenza regalatoci...
...bè volevamo credere che fosse stato un dono di quella candida statua femminile.
In un paesaggio surreale fermo nel tempo avanzammo, ora accompagnati da un sempre più vicino tintinnio di campanelli. Nulla di anormale, sapevamo infatti che la zona era frequentata dal pascolo locale. Se non che giunti in prossimità del rumore metallico, invece di trovarci davanti un gruppo di mucche, scoprimmo che i nostri compagni d'altura erano cavalli. Una decida di individui con prole al seguito, per nulla turbati dalle, per noi, anomale condizioni atmosferiche. E' gia!!!
Noi infreddoliti avviluppati nei nostri ultramoderni strati di tessuto isolante, loro forgiati da millenni di evoluzione trascorsi su quei pascoli. Bassi, tozzi, potenti, fieri cavalli di montagna.
Non potevamo non scattare loro qualche foto; e silenziosamente, e cautamente, per non turbare la loro presenza ce li lasciammo alle spalle.
Ora il giusto sentiero ci avrebbe portato ad affrontare un breve, se pur impegnativo, passaggio in arrampicata. Quest'ultimo, affrontato l'anno precedente senza troppa difficoltà; ma era in piena estate. Il discorso si faceva più complesso ora con quella neve e quel vento.
Arrivati sotto, ci liberammo dei guanti (io si ma Mauri no!!) per avere cosi una maggiore sensibilità ed attaccammo la fredda roccia!!
Per quanto mi riguarda è qui che si insinuò in me la fatidica domanda, che prima o dopo sopraggiunge a chi affronta "i giganti",  per giunta con la neve e il freddo "ma chi me lo fa fare di stare quà su a rischiare la pelle?!". Affermazione per i profani quasi dovuta, ma dal doppio valore. Lo spartiacque tra il prestabilito e il nuovo. Una spina decisa al destino, solo ,nel decidere ciò che  sarei divenuto. Sopravvivere o soccombere, avrei deciso io.
L'adrenalina, il sentire la vita all'ennesima potenza, varcare la soglia per poter tornare in dietro saturo. Bellezza allo stato puro!!!!
Sorpassammo anche questo ostacolo, e giunti a 200 metri dalla vetta (in linea d'aria) fummo costretti a prendere una difficile decisione. Il tempo stava peggiorando, piccole gocce d'acqua incominciavano a farsi sentire accompagnate in lontananza da sordi tonfi che preannunciavano l'avvicinarsi di tuoni. Decidere se continuare o se tornare in dietro fu difficile. A malincuore optammo per il rientro. A volte bisogna saper rinunciare; a quella quota e con quel tempo il pericolo fulmini è un ottimo pretesto.
Ci affrettammo a tornare sui nostri passi seguendo le impronte lasciate in precedenza, unico punto di riferimento in quel mare bianco opaco. Ma come si suol dire, le sorprese non erano finite. Giunti quasi al lungo pendio nevoso che ci avrebbe condotti al bosco, perdemmo le tracce. Ci eravamo persi!!
La stanchezza si faceva sentire cosi come la fame. Giravamo in tondo come in un labirinto di specchi. Non riuscimmo a capacitarci del nostro girovagare a vuoto; passò mezzora. Stravolti ci stavamo perdendo d'animo Mauri intuì il punto chiave che avevamo sorpassato. Era prorpio alle nostre spalle. In tutta fretta lo percorremmo e finalmente giungemmo sulla cresta del pendio, dove avevamo fatto la prima breve sosta. Dopo cinque ore e mezza di cammino era arrivato il momento di mangiare, e cosi facemmo. Un panino, un pezzo di cioccolata e una tazza di caffè caldo.
Dio mio come scendeva giù quel caffè, mai provato tanto gusto e piacere nel berlo.
Il pendio percorso in più di un ora all'andata, scivolò via in 25/30 minuti al massimo.
Il bosco era li, ed incominciò a piovere in maniera più consistente. Ci portammo con la pioggia fitta e leggera sino all'automobile.

foto copyright archivio oreas
adre@interfree.it

Postato da: andreassss a 22:50 | link | commenti
tra la neve e le nuvole, il monte viglio che veglia, la madonnina sulla valle